Frontalieri: ogni giorno 68 mila persone dalla Lombardia in Svizzera. La ricerca di Bibliolavoro

Frontalieri: ogni giorno 68 mila persone dalla Lombardia in Svizzera. La ricerca di Bibliolavoro

Ogni giorno varcano il confine e vanno in Svizzera, nel Canton Ticino, a lavorare, attirati soprattutto dagli stipendi più alti rispetto all’Italia. Vengono chiamati “frontalieri” e sono oltre 74 mila. Partono soprattutto dalla Lombardia (68 mila), dalle province di Como (41%), Varese (40%) e Sondrio (1%), ma anche dal Piemonte (6.800), dal territorio del Verbano-Cuvio-Ossola (7%) e da altre regioni. A tracciarne l’identikit è una ricerca realizzata da BiblioLavoro, il Centro studi della Cisl Lombardia, promossa dalle Cisl dei Laghi, di Sondrio e del Piemonte Orientale e dal sindacato ticinese OCST.

I risultati sono stati presentati oggi durante un convegno al Centro Congressi Ville Ponti di Varese, a cui hanno partecipato rappresentanti sindacali, delle istituzioni e delle imprese. L’indagine ha coinvolto un campione di 1.542 persone, per il 57,2% uomini, con età media di 44 anni, un buon livello di istruzione (il 46,5% ha un diploma, il 36,9% una laurea), impegnati in particolare nei settori sociosanitario, edile, metalmeccanico e terziario. Entrando nel dettaglio, il 73% è soddisfatto del salario, ma il 48,4% dichiara che il potere d’acquisto è diminuito. Inoltre il 55,6% ritiene di ricevere una retribuzione inferiore rispetto ad un residente in Svizzera impiegato in mansioni analoghe e il 42,7% segnala altre forme di discriminazione.

“I dati raccolti – ha osservato Marco Contessa, responsabile nazionale Frontalieri della Cisl – restituiscono un quadro complesso, segnato da profonde contraddizioni. Se la motivazione economica continua ad attrarre i lavoratori, assistiamo a una vera e propria ‘trappola del tempo’ legata agli spostamenti quotidiani e ai pesanti costi di mobilità. A questo si aggiungono le criticità legate alla forte compressione dello smart working, al divario di protezione nel welfare aziendale e a un preoccupante percepito di discriminazione e disparità salariale nei luoghi di lavoro”.

La ricerca evidenzia che gli uomini guadagnano più delle donne (il 25,4% delle lavoratrici dichiara meno di 3.000 franchi lordi mensili, contro l’8,2% degli uomini; all’opposto, percepisce almeno 5.000 franchi il 41,1% degli uomini, rispetto al 22,2% delle donne). A definire il gender pay gap concorre anche il ricorso al lavoro part-time, che riguarda il 14,7% degli uomini e il 48,9% delle donne.

Il 58,9% è poco o per niente soddisfatto del welfare aziendale: l’89,1% lamenta l’assenza di buoni spesa o acquisto, il 79,8% di benefit assicurativi, il 71,8% di premi di produzione, il 66,3% di contributi per il trasporto e il 64,1% di mensa o buoni pasto. Un tema caldo è il pendolarismo: il 31,7% trascorre oltre 90 minuti al giorno negli spostamenti di andata e ritorno tra casa e lavoro e il mezzo prevalente è l’auto privata (73,2%). I costi derivanti sono notevoli: il 47,7% spende tra il 5 e il 10% del salario e un ulteriore 21,6% tra il 10 e il 20%. Per questo è molto apprezzato lo smart working, anche per conciliare vita e lavoro (il 44,2% fatica a farlo),  ma  ancora  poco  accessibile  (solo  dal  37,4%  degli  intervistati).

“È tempo di ribaltare una narrazione distorta – ha aggiunto Contessa -: i frontalieri non sono privilegiati, ma ponti tra due Paesi che garantiscono la tenuta sociale ed economica dei territori. Occorre però approvare lo Statuto dei Lavoratori Frontalieri. Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma del doveroso riconoscimento di una specifica figura professionale. Lo Statuto deve sancire la certezza e la stabilità fiscale, l’adeguamento delle franchigie Irpef, la trasparenza della previdenza integrativa e la concretizzazione del Tavolo Interministeriale Permanente di governance transfrontaliera”.

La ricerca indaga a fondo il “mondo” dei frontalieri. Il 69,1% dichiara di conoscere “poco” o “per niente” il funzionamento della propria cassa pensione, mentre il 94,4% considera penalizzante la cosiddetta “tassa sulla salute”. Oltre un addetto su due non ha partecipato ad attività formative negli ultimi due anni e il 38,4% giudica insufficienti le opportunità di formazione e aggiornamento. Solo un intervistato su quattro sarebbe disposto a trasferirsi in Svizzera. Tra i principali ostacoli figurano il costo della vita e quello della cassa malati. Seguono la lontananza dalla famiglia e dagli affetti e il timore di perdere potere d’acquisto.

Trovate QUI la ricerca.